Compri vino credendo sia sano ma ti stanno ingannando: scopri cosa contiene davvero quella bottiglia biologica

Quando ci troviamo davanti allo scaffale dei vini al supermercato, molti di noi cercano prodotti che possano coniugare qualità e attenzione alla salute. Le etichette ricche di diciture accattivanti sembrano promettere esattamente ciò che desideriamo: vini genuini, rispettosi dell’ambiente e del nostro benessere. Ma quanto possiamo davvero fidarci delle denominazioni che leggiamo? La realtà è più complessa di quanto sembri, e comprendere il significato reale di queste diciture può fare la differenza tra un acquisto consapevole e una scelta basata su aspettative errate.

Cosa si nasconde dietro le etichette apparentemente salutari

Il settore vitivinicolo ha assistito negli ultimi anni a una proliferazione di termini che evocano naturalità e purezza. Espressioni come “vino biologico”, “vino naturale”, “biodinamico” o “senza chimica” catturano l’attenzione di consumatori sempre più orientati verso scelte alimentari consapevoli. Tuttavia, esiste un problema fondamentale: non tutte queste denominazioni sono regolamentate allo stesso modo, e alcune non lo sono affatto.

La legislazione europea stabilisce criteri precisi per “biologico” applicato al vino, ma questi criteri riguardano principalmente le pratiche di coltivazione della vite, non necessariamente tutto il processo di vinificazione. Questa distinzione è cruciale e spesso sfugge al consumatore medio, che potrebbe ragionevolmente aspettarsi che un vino biologico sia privo di qualsiasi sostanza potenzialmente problematica.

I solfiti: il caso emblematico della confusione normativa

Prendiamo il caso dei solfiti, additivi utilizzati come conservanti e stabilizzanti. Molti consumatori rimangono sorpresi nello scoprire che anche i vini biologici possono contenere solfiti, seppur in quantità generalmente inferiori rispetto ai vini convenzionali. La normativa europea permette infatti l’aggiunta di anidride solforosa anche nei vini certificati biologici, pur imponendo limiti più restrittivi.

La dicitura obbligatoria “contiene solfiti” appare su quasi tutte le bottiglie, biologiche e non, quando la concentrazione supera i 10 mg/litro. Questa informazione è certamente utile, ma non dice nulla sulla quantità effettiva presente nel prodotto. La differenza tra 50 mg/litro e 150 mg/litro è notevole per chi soffre di intolleranze o per chi desidera limitare l’assunzione di additivi, eppure l’etichetta non sempre fornisce questo livello di dettaglio.

Il termine naturale: una zona grigia normativa

La situazione diventa ancora più nebulosa quando parliamo di “vino naturale”. A differenza del biologico, “vino naturale” non gode di regolamentazione uniforme a livello europeo. Esistono diverse associazioni di produttori che propongono disciplinari volontari, ma questi possono differire significativamente tra loro.

Alcuni disciplinari vietano qualsiasi aggiunta di solfiti, mentre altri ne permettono quantità minime. Alcuni escludono categoricamente l’uso di lieviti selezionati, mentre altri li ammettono in determinate circostanze. Questa mancanza di standardizzazione crea una situazione in cui due bottiglie etichettate come “vino naturale” possono essere prodotte secondo filosofie e metodi completamente diversi.

Zuccheri e altri additivi: quello che l’etichetta non racconta

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda gli zuccheri e gli altri additivi consentiti. La legislazione europea autorizza l’uso di decine di sostanze nella vinificazione, dalla gomma arabica agli enzimi, dai tannini ai prodotti di origine animale utilizzati per la chiarificazione. Non tutti questi ingredienti devono essere obbligatoriamente riportati in etichetta.

Anche per quanto riguarda gli zuccheri, la situazione può rivelarsi ingannevole. L’aggiunta di zucchero è vietata in alcune regioni vinicole ma permessa in altre per aumentare il grado alcolico. Inoltre, esistono pratiche come l’uso di mosti concentrati che, pur non essendo tecnicamente “zucchero aggiunto”, svolgono funzioni simili. Il consumatore che cerca un vino a basso contenuto di zuccheri residui deve affidarsi a informazioni che spesso non sono immediatamente disponibili sull’etichetta.

Come orientarsi tra le denominazioni: strumenti pratici

Di fronte a questo panorama complesso, come può il consumatore fare scelte realmente informate? È fondamentale comprendere che le certificazioni biologiche garantiscono principalmente metodi di coltivazione sostenibili, ma non necessariamente l’assenza totale di additivi nel prodotto finito. Per chi desidera prodotti con il minor numero possibile di interventi, esistono alcuni accorgimenti da seguire.

Prima di tutto, verificare se sulla bottiglia sono indicate certificazioni specifiche oltre al biologico, come quelle rilasciate da associazioni di produttori di vini naturali. Cercare informazioni sul sito del produttore può rivelarsi utile, dove spesso vengono forniti dettagli più completi sul processo produttivo. Prestare attenzione alla presenza di indicazioni volontarie come “senza solfiti aggiunti” o “fermentazione spontanea” può orientare verso prodotti meno manipolati. Non esitare a chiedere informazioni al personale specializzato del punto vendita: la curiosità e l’interesse dimostrato possono fare la differenza.

La responsabilità condivisa: verso una maggiore trasparenza

La questione delle denominazioni ingannevoli nel settore vinicolo evidenzia un problema più ampio che riguarda l’intero comparto alimentare. Esiste un evidente bisogno di maggiore trasparenza e di normative più stringenti che obblighino a fornire informazioni complete e facilmente comprensibili.

I produttori più virtuosi stanno già muovendo in questa direzione, fornendo spontaneamente elenchi completi degli ingredienti e delle tecniche utilizzate. Questa trasparenza dovrebbe diventare lo standard, non l’eccezione. Nel frattempo, spetta a noi consumatori sviluppare un approccio critico e informato, andando oltre le suggestioni delle etichette per comprendere cosa finisce realmente nel nostro bicchiere.

La consapevolezza è la prima forma di tutela. Sapere che un’etichetta “biologico” non equivale automaticamente a “privo di additivi” ci permette di porre le domande giuste e di fare pressione per ottenere le informazioni che meritiamo. Solo attraverso una richiesta crescente di trasparenza da parte dei consumatori potremo assistere a un reale cambiamento nel modo in cui i prodotti vitivinicoli vengono etichettati e commercializzati.

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